Lettera: essere a “carissimo amico”

È sempre una questione di luce.

Dopo una lunga giornata passata in giro con alcuni amici, eravamo a casa confrontandoci su come preparare una corretta pianificazione per i futuri articoli in modo da organizzare meglio le idee quando, ad un certo punto, ho pronunciato la frase “eh a quest’ora stavamo ancora a carissimo amico”. Dopo un attimo di silenzio mi giro verso Flavia, che mi guarda con un grande punto interrogativo stampato sul viso, e solo in quel momento mi rendo conto che questo modo di dire (purtroppo, aggiungerei) non è così diffuso come pensavo.

Questo episodio mi ha portato indietro di qualche anno, a quando ero più piccolo e prendendo i miei impegni con molta calma mi sentivo ripetere questa frase spesso. Non che da allora sia cambiato molto sotto questo aspetto ma crescendo e spostandomi da una parte a l’altra ho abbandonato questo modo di dire, senza rendermene conto.

Praticamente questa espressione si usa quando hai molte cose da fare e sei ancora all’inizio (o devi ancora iniziare) e richiama quel momento in cui, con la penna in mano davanti al foglio di carta, inizi a scrivere una lettera ad un tuo caro amico. Una scena che rimanda ad anni meno digitali rispetto a quelli che stiamo vivendo ora, come nel caso di Mario e Saverio (Massimo Troisi e Roberto Benigni in “Non ci resta che piangere”) che nell’estate del quasi 1500, armati di penna e calamaio scrivono un’improbabile lettera a Savonarola per ottenere la liberazione del loro amico Vitellozzo. Una scena nata dell’improvvisazione dei due grandi attori (Benigni la descrisse come “una scintilla divina, diciamo così, di gioia”) che rappresenta, a mio parere, il più grande omaggio alla lettera più famosa del cinema italiano, quella scritta dai fratelli Caponi alla “malafemmina” (Totò, Peppino e la…malafemmina – 1956). Anche in questo caso la scena è in parte improvvisata ma Totò e Peppino de Filippo riescono a creare un perfetto equilibrio, dalla mimica che li contraddistingue fino all’accurata scelta delle parole.

Personalmente non ho avuto modo di scrivere molte lettere nella mia vita. Quando ero piccolo, però, per qualche anno ho scritto a Giulio, un amico che viveva a Milano e veniva a Petacciato ogni anno per le vacanze.

lettera

Attualmente mi capita di scrivere non più di due o tre lettere all’anno, tutte indirizzate a Flavia. È qualcosa che ci portiamo dietro dall’inizio. Più che lettere, in realtà, sono biglietti di auguri “più impegnativi” (per Flavia il biglietto è fondamentale in un regalo) strutturati a mo’ di lettera, con data in alto a destra e firma in fondo.
È un modo per lasciare qualcosa ai Nicola e Flavia futuri.

Pensieri, sensazioni e ricordi che ogni tanto riprendi dal cassetto della memoria, proprio come un vecchio album di foto.

 

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