Bianco e nero – Piano piano

È sempre una questione di luce…

…ma questa volta lascerei un attimo da parte i colori per concentrarmi esclusivamente sul bianco e nero. L’assenza di luce da una parte e l’insieme acromatico di tutte le sfumature dello spettro elettromagnetico dall’altra.

Questo è il punto di partenza per un qualcosa che sinceramente non è ancora ben definito (tipo una raccolta all’interno di Lumière), ma che sono sicuro prenderà forma step by step, piano piano.

Ho scelto il bianco e il nero perché mi piace il contrasto, che si trova tanto nel cinema quanto nella fotografia, ma che se ci fermiamo a pensare troviamo nella vita di tutti i giorni. Parlo di un contrasto privo di colori, a cui manca qualcosa. Ed è proprio quel qualcosa che manca che ci spinge ad interiorizzare e a creare un’interazione con quello che vediamo, per dare una nostra personale ricostruzione, un personale punto di vista.

Guidato da questo contrasto vorrei iniziare facendo un salto indietro di qualche anno, più o meno un secolo per essere più preciso.

Siamo nei primi del ‘900 ed è appena iniziato un secolo di grandi stravolgimenti e conquiste sociali, economiche e scientifiche. L’esposizione di Parigi (1900) parte dal passato con un attento “bilancio di un secolo” (il tema dell’esposizione appunto) per guardare al futuro e al progresso, trasformando la capitale francese nella vetrina della nascente Art nouveau (che segna, forse, il vero inizio del design moderno) e delle migliori innovazioni tecnologiche del tempo (dal primo motore diesel alla nuova metropolitana). E sono anche gli anni in cui il mondo viene travolto dalla rivoluzione del Cinematografo dei fratelli Lumière.

In questo contesto la fotografia riesce a togliersi di dosso la maschera di pericolosa avversaria della pittura e della scultura, per entrare a far parte della sfera delle arti riconosciute, proprio grazie alla voglia di progresso e innovazione. Un ruolo chiave lo svolge Alfred Stieglitz (fotografo, critico ed editore di Camera Work), che in questo periodo punta tanto sulla promozione del pittorialismo, con l’obiettivo di emancipare la fotografia.

Nel frattempo, la fotografia inizia a svolgere anche un ruolo chiave come mezzo di denuncia sociale. Nel 1905 Gilbert Hovey Grosvenor, giovane editore del nascente National Geographic, decide di inserire undici fotografie nella rivista, segnando così l’inizio del fotogiornalismo. Nelle prime decadi del ‘900, Lewis Hine documenta le insostenibili condizioni del lavoro minorile nelle fabbriche e nelle miniere. E sempre legato al lavoro è la sua opera, forse, più famosa: “Man at Work”, nel quale riesce ad evidenziare il significato di dignità per l’essere umano e il rapporto tra uomo e macchina.

Qualche anno prima e precisamente tra il 1904 e il 1908 Hine, divenuto insegnante per la Ethical Culture School di New York, entra in contatto con i grandi flussi migratori a Ellis Island. In questo periodo il fotografo scatta circa 200 fotografie documentando le condizioni di vita degli immigrati europei nella sua prima vera inchiesta. La parte più difficile del lavoro, come racconta lo stesso Hine, era rappresentata dalla possibilità di comunicare con gli immigrati senza parlare la loro lingua. Il fotografo riesce ad abbattere le distanze linguistiche attraverso i sorrisi e i gesti, cercando a suo modo di dare aiuto, attraverso il suo bianco e nero, a quelle persone che avevano deciso di intraprendere un viaggio lunghissimo su una nave, in cerca di un futuro migliore.

Noi abbiamo avuto la fortuna di visitare Ellis Island nella nostra permanenza a New York, durante il viaggio di nozze, e la sensazione che si prova è indescrivibile. Un’isola di speranza e di lacrime che ti lascia una buona dose di umanità (e di questi tempi farebbe bene a un bel po’ di gente).

Scale della Separazione – Ellis Island

E come i gesti e i sorrisi del fotografo, anche la musica svolge l’importante ruolo di linguaggio universale. Prova a immaginare il pianista, che di giorno è sul pontile,  attento, che riesce a leggere la gente, i segni che si porta addosso, posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia. Quel pianista per me non può non essere  Danny Boodman T.D. Lemon Novecento, e il piano è quello della terza classe del Virginian.

Bianco e nero come i tasti di un pianoforte.

Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano? I tasti finiscono! Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti loro. Tu sei infinito.

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